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Untitled II (frame da video)

 

WHITE LIGHT

Ilona Barbuti.

Testo critico della mostra “White light” presso lo spazio Cesare da Sesto, Sesto Calende, Varese.

Ovunque il destino lo metta lui scappa.

Si rifugia in corpi sperduti che si aggrappano all’aria, alla luce; intoccabili cercano spazi accoglienti, veneri evanescenti e ingombranti si lasciano andare su reti invisibili o sfiorano muri pericolanti nel buio di una solitudine che scricchiola, e da nessuna parte riescono a stare ferme, mentre la voce emerge tagliente, lamentosa ma calda, ipnotica, e non si zittisce mai.

Si affida allo strumento che detta le sue regole finché qualcosa non accade, ne anticipa solamente le intenzioni, valuta le possibilità, sperimenta. L’importante sono le macchie sporche, i graffi e le pellicole scadute, le luci distorte di video ronzanti, i difetti esibiti.

White light affiora gradualmente dal fondo cavernoso dell’edificio con la calma lenta di chi ha una storia da raccontare, dove ogni parola diviene quella definitiva, verso la sua dissolvenza nell’esercizio costante della luce.

Per questo è così importante la serialità nell’opera di Giacomo Vanetti: Burn my Shadow sono scatti da Polaroid, ritratti in formato ristretto, riverberi da un’unica fonte di cui non si conosce nulla, né il prima né il dopo. Siamo sempre soli di fronte a noi stessi.

Con You are Alone questa consapevolezza diviene ambientale, d’impatto, si divide in brani distinti ma inscindibili, dove il tempo si annulla nella sua progressione, nel movimento continuo, meccanico, seduti con le nostre paure, a corteggiare la notte.

Sullo sfondo la scia luminosa tracciata dal futurista Giulio Bragaglia fa pensare alla molteplicità sottesa alla ricerca di Vanetti, quando si tratta di trascrivere con mezzi scientifici traiettorie personali, drammi individuali.

È a questo punto che subentra l’imprevisto, l’inatteso, l’errore salvifico che fa la differenza, la luce artificiale che annulla e definisce, che dilata la visione, la morte delle linee, il Fotofinish.

IT NEVER GOES OUT

Simone Ceriani.

Testo critico della mostra “White light” presso lo spazio Cesare da Sesto, Sesto Calende, Varese.

Nel 1927 alcuni esperimenti effettuati da due fisici statunitensi danno risposta definitiva ad un interrogativo particolarmente pressante sulla natura della luce: questa è insieme onda e fascio di particelle.Si potrebbe dire che finalmente ha “un corpo”: sarà l’inizio della meccanica quantistica.

Più di trent’anni prima, il filosofo Charles Sanders Peirce scrive un breve articolo intitolato Immortality in the Light of Synechism, dove presenta una teoria della continuità dell’universo fortemente radicata nelle sue ricerche semiotiche. L’idea di fondo è che la distinzione parmenidea tra essere e non-essere vada ripensata in favore di una concezione del mondo dove la differenza tra nulla e qualcosa è solo di grado.

Il lavoro di Giacomo Vanetti può ben situarsi qui, nel punto d’intersezione tra sinechismo e suggestioni regalate dalla meccanica quantistica.

Nei lavori presentati in “White Light”, la luce non è mai semplice comprimaria né, banalmente, medium tra l’oggetto rappresentato e la camera. È come materia infinita. Non si limita ad illuminare lo spazio, ma se lo prende con la forza, strappandolo alla carne, creando nuove relazioni con essa.

Nella serie “Burn my shadow”, realizzata tramite multiesposizioni scattate con una vecchia Polaroid per fototessere, la luce sembra pervadere totalmente il corpo della modella, tanto che difficilmente se ne possono cogliere le tracce.

Se agli albori della tecnica fotografica si puntava spesso ad ottenere un’immagine quanto più possibile piatta ed oggettiva del mondo – si pensi ai calotipi di Henry Talbot -, Vanetti utilizza i suoi strumenti di lavoro per conferire un’altra dimensione ai soggetti. Vecchie macchine analogiche accompagnano l’artista nei suoi incontri sistematici con l’imperfezione; i difetti – nell’inquadratura, nella stampa – vengono più e più volte cercati, assieme alla verità che portano con sé.

Così tecniche inusuali sono utilizzate per estendere al massimo lo scarto labilissimo tra presenza e assenza, corpo vivente e fantasma.

Separato dal sito principale dell’esposizione, “There is a light”  si configura come il cuore pulsante di un corpus artistico che trova coerenza nella sua natura frammentaria e disarticolata nello spazio. Due colpi sordi, rarefatti e appena accennati, sono diastole e sistole: scandiscono il battito in un flusso sonoro assordante che riempie l’ambiente; segnano gli estremi di un’oscillazione luminosa che dà vita alla figura immobile, mostrandola e nascondendola alternativamente, animandola in modo semprenuovo e inaspettato. Il carattere dell’installazione è fortemente suggestivo, il che permette ai visitatori di scegliere se abbandonarsi allo scorrere dell’esperienza sinestetica o se rimanere coinvolti nel gioco delle variazioni.

In “White Light” viene infatti dato respiro ad una serie infinita, continua di rimandi segnici e chi osserva diventa parte attiva nel processo di conferimento del senso. In questi termini la componente seriale del lavoro di Vanetti non fa che intensificare la densità dei legami tra opera e fruitore: dove le relazioni interne collassano su se stesse, sarà più stabile l’edificio di interpretazioni costruito ponendo in dialogo immagini mai identiche tra loro, simili tanto quanto è permesso dalla portata dello sforzo percettivo.

Rimane l’impressione che la vaghezza generale emergente dalle opere chieda a gran voce un’ulteriore determinazione; non sempre questa preghiera d’aiuto potrà essere soddisfatta. È evidente in “You are alone”. Il visitatore si ritrova in uno spazio raccolto, in un tempo ciclico. Un vecchio televisore trasmette le immagini evanescenti di una ragazza e dei suoi doppi. I movimenti sono frenetici, meccanici, perfettamente sincronizzati: nella ricerca di uno sguardo in cui rivedersi, non si incontreranno mai. Qui l’unica relazione che si viene a stabilire è quella tra lo spettatore, il video e una foto, elemento terzo dell’installazione e unico momento di quiete in un nomadismo emotivo guidato dall’incertezza.

Quest’ultima è una presenza silenziosa e costante in tutta l’opera di Giacomo Vanetti: anche dove il risultato è più chiaro, l’ambiguità non è mai esclusa, ma anzi assecondata. La casualità viene svelata, sviscerata, posta in piena luce. Se ne ottiene un lavoro spesso etereo e insieme carico d’attriti. Attriti che danno appiglio a nuove interpretazioni e nuovi linguaggi. La luce, insomma, qui ha un suo corpo, sfumato quanto basta da porsi in continuità con tutto ciò che viene illuminato. È come un demiurgo violento e irrazionale, che continuamente crea nell’atto stesso di distruggere. Acceca e dona una visione diversa. Destruttura ed immerge ogni cosa in un flusso onnipervasivo e incessante.

E tutto è luce.

UNREST

Jessica F. Silvani.

Testo critico della mostra “Unrest Redux” presso Dimora Oz, Palermo.

La fotografia di Giacomo Vanetti è perturbante. Familiare ed estranea allo stesso tempo. Lontano da qualsiasi eroismo e quasi annoiato dal quotidiano, l’artista dà forma alle proprie visioni e traduce nel processo creativo i propri processi mentali, negando di fatto la possibilità di una conoscenza razionale della realtà.

A partire dalla scelta dei supporti e poi nel lavoro in camera oscura l’arte riacquista la propria dimensione di gioco anche formale, con regole e limiti costitutivi. Alcuni caratteri stabili e ricorrenti come la monocromia del bianco e nero, il nudo, il femminile, sono la materia attraverso cui l’artista sperimenta e indaga le continue possibilità di errore, integrando nella propria ricerca le distorsioni, le falsificazioni e le interferenze a cui egli stesso si sente esposto, come uomo e artista. Non si cercano soluzioni, non vi sono risposte. Interessato a ricercare quella diversità che costituisca un’alternativa, Vanetti sperimenta forme espressive basate su una qualche deviazione dal linguaggio (fotografico) comune: quell’ossimoro, ipallage, paronomasia o altro in grado di trasmettere l’indecifrabile complessità del sentire umano.

L’apparente casualità nelle operazioni e nelle scelte è saldamente guidata dall’istinto e la continua ricerca del sublime porta Giacomo Vanetti a cogliere un attimo irripetibile lungo un processo instabile, destinato a calare. Un processo in cui a ogni passaggio si acquista o perde significato, un telefono senza fili in cui l’oggetto iniziale viene distorto e trasfigurato da passaggi in successione, spazio potenziale e luogo di transizione, tra irreale e realtà, attraverso cui temperare i propri desideri irrisolti, quell’universale sentimento di castrazione che affligge l’uomo contemporaneo.

Giacomo Vanetti si pone in dialogo con quegli agenti esterni, talvolta ricercati, talvolta imprevedibili, che inevitabilmente si interpongono tra il significante e il significato. Quel continuo brusio di fondo che noi tutti avvertiamo.

YOU ARE ALONE

Camilla Martinelli.

Testo critico della mostra “You are alone” presso Area35 Art Gallery, Milano.

The photography of Giacomo Vanetti inquires the traits of a corporeality that is questioned by the concept of organic unity itself. Where does the human skin ends? Do bodies still preserve the form of a certain internal organization or is it the throat that feels and the belly that smells?

The obsession for a body that perfectly suits the state of being contemporary, a body that never “is” but always “becomes”, gives life to a different repetition that captures and recaptures an anatomy made from stolen gestures and silent poses.

A clear love for the declinations, that even in its analogical roots the photographic technique enables, is the formal counterpoint of the choose of scenes that express their complexity starting from the moment when they come to be as images, without necessarily being subjected to any digital processing. Sometimes the subjects are filmed and re-photographed by the artist.

This causes a game of metalinguistic references that leads to unexpected reactions. The fold, the smear, the mistake, are integral parts of a “figural” expression that transcends any possibility of imitation, and shamelessly exhibits a kind of dark excess: the “afterthought” of desire.

DON’T BE LIGHT

Intervista di Emanuele Beluffi per la rivista Kritika

Giacomo Vanetti e il suo soggetto, proprietario assente della corporeità.

Anche noi siamo avvoltoi curiosi di qualche bocconcino delle sue fotografie.

E alla distorsione anche noi ci crediamo.

Caro Giacomo, hai presente le fotografie in movimento di Edward Muybridge? Quelle immagini influenzarono parecchio le anatomie di un genio della pittura, Francis Bacon: qual è il valore della corporeità nella tua produzione? E perché i tuoi soggetti – sempre femminili, per altro – sono i proprietari assenti di tale corporeità?

Conosco sia Muybridge che Bacon. Ho imparato da entrambi o, forse, da nessuno dei due. Mi sento però più vicino alla ricerca fotografica futurista di Anton Giulio Bragaglia che a quella di Muybridge. Per la fotografia futurista, diversamente dalla pittura dove si era soliti scomporre il movimento in singoli istanti (più simile alla ricerca del sopracitato Muybridge), il movimento era da ricercare nella traccia lasciata dal corpo, come se fosse possibile rappresentare un’aura che raccontasse lo sviluppo del momento lasciando immaginare la presenza di un prima e di un dopo. È attraverso questa traccia, questo indice di movimento, che provo a raccontare la mia corporeità. Lo studio del movimento permise a Bacon, per primo forse, di creare una nuova e differente rappresentazione dell’umanità immersa in un’atmosfera di malessere, angoscia, desolazione e inquietudine e di renderci così curiosi avvoltoi della nostra sofferenza. Questo è un altro aspetto che mi piace e che cerco di raccontare col mio lavoro. Anche la mia corporeità è allo stesso tempo soggettiva e universale. E’ distorta, nascosta, frantumata, ripetuta e spesso identica a se stessa. Sono i miei limiti e le mie paure. Il terrore di quel cambiamento desiderato a tal punto da divenire un incubo, un’ ossessione dalla quale fuggire. Anche la scelta del soggetto femminile, come dici tu proprietario assente di corporeità, serve a rappresentare meglio la situazione. Figure femminili assenti perché simboliche. Perché, a volte, troppo presenti o del tutto mancanti. Perché spaventevoli, oniriche. Il rapporto con gli altri e specialmente con l’altro sesso è dominato da un dualismo tra istintuale e razionale che crea confusione, incertezza, ombre e distorsioni da me rappresentate in fotografia. Forse per liberarmene.

Le tue fotografie sono spesso il risultato finale di un procedimento piuttosto laborioso che consiste nella progressiva distorsione dell’immagine: qual è il secretum della bellezza “graffiata”?

Le mie fotografie sono il risultato di un processo laborioso, perché io stesso sono un processo molto laborioso. Come ti dissi in passato la distorsione dell’immagine mi è utile per nascondere la bellezza della stessa, per creare una distanza tra opera e osservatore in modo tale che solo chi abbia voglia e capacità di approfondire possa cogliere il messaggio. Ma non è solo quello. ll graffio è dolore, lo sfocato indecisione, il buio paura e la ripetizione monotonia. Tutti aspetti della mia persona che si manifestano nella mia produzione artistica e dai quali non riesco a prescindere.

Due parole sull’apporto visuale del mezzo analogico che il digitale non ti dà.

Non so se sia giusto creare questa dualità tra analogico e digitale. Sono nato analogico e, al momento, preferisco il tipo di approccio che si aveva quando la tecnologia digitale era ancora solo fantascienza. Non sto dicendo che io non mi avvalga di strumenti e supporti digitali per realizzare le mie immagini, ma è il modo in cui ne fruisco che resta principalmente analogico. Mi piace l’impossibilità di tornare indietro. La possibilità di umanizzare il medium lavorando sulle sue caratteristiche valorizzandone pregi e difetti. Mi piace avere limiti entro cui muovermi, limiti che con il digitale vedo troppo lontani e preferisco il lavoro di pre-produzione (la scelta del mezzo adeguato) alla post-produzione davanti ad un monitor.

Qual é il valore aggiunto delle “sporcature”(come la candeggina nella tua ultima serie Don’t be light), cioè di quegli elementi di disturbo e di quelle distorsioni che applichi o fai accadere spontaneamente in fase di lavorazione sulle tue foto?

Il valore aggiunto in termini commerciali? Battute a parte sono le stesse sporcature il valore aggiunto. Sono la mia poetica. Riprendono tutto quello detto in precedenza e servono a rappresentare i difetti miei e dell’umanità, rendendoci e rendendosi, per me, più attraenti. Mi piace pensare che le fotografie – e in realtà tecnicamente è così – abbiano una loro vita, logicamente influenzata dal mio intervento, che si evolve autonoma nel tempo e nello spazio e che spesso le “sporcature” come dici tu, ne influenzino lo sviluppo. Da qui la scelta di utilizzare prodotti come candeggina, pellicole e carte scadute, materiali difettosi (come me) e così via; prodotti sui quali, a parte il diritto di scelta esercitato in principio, non ho più nessun potere una volta realizzate.

Produzione seriale o anche singola?

Non posso fare questa distinzione. Sono principalmente per una serialità singola, se così si può definire. La serialità mi è utile a rappresentare meglio quanto detto in precedenza, come per il discorso delle “sporcature”. Mi piace lavorare sulle differenze e sulle similitudini, quindi difficilmente un lavoro si può esaurire in un singolo esemplare, a meno che non riesca nella sua unicità, a rappresentare coerentemente e correttamente il mio pensiero.

Scatti anche a colori (ad esempio la serie In punta di piedi), in generale prediligi il bianco e nero: idem come sopra, qual è l’apporto visuale che il colore non ti dà?

Anche questa è una domanda complicata. Sono sempre stato portato a pensare che a livello visivo una minore quantità di informazioni ( il monocromo) potesse sviluppare maggior fantasia o immaginazione nel fruitore. Personalmente non amo le cose troppo colorate, tendono a distrarmi e per questo penso che la scelta cromatica del mio lavoro sia caratterizzata da questa sensazione, oltre al vantaggio di creare più facilmente un contrasto tra figura e sfondo, spesso anch’esso monocromatico. È anche un discorso di semplicità.

Progetti futuri?

Sopravvivere!

FUZZY BEAUTY

Emanuele Beluffi.

Testo presentazione catalogo Giacomo Vanetti per Istituto Italiano di Fotografia.

Ma chi l’ha detto che le opere d’arte vanno comprese?

Le fotografie di Giacomo Vanetti sono immediate come la musica. E della musica condividono il valore patoeidetico: immagine e idea.

Quando entriamo in relazione con l’opera di Giacomo Vanetti, come la serie Underwater, riandiamo col pensiero alle sonorità acquoree dei Portishead: ascoltarli è come fluttuare nell’acqua. E le immagini della serie Underwater sembrano una delle – tante – possibili oggettivazioni di questa strana impressione. Del resto, alla domanda “Cos’è la bellezza?” possiamo rispondere secondo coscienza (critica).

Ma, saggezza degl’insipienti, cos’è la bellezza se non quel certo-non-so-che? Disarmante semplicità. Potremmo chiamare la produzione di Giacomo Vanetti “fuzzy photography”: come la musica noise, ha il potere di evocare un’idea di distorsione.

Fuzzy è infatti un termine inglese che sta a indicare l’indistinto, lo sfocato, ciò che si dilegua. Perfino nel territorio angusto della Logica esiste la categoria, appunto, della Logica Fuzzy. E l’opera del Vanetti richiede che noi osservatori c’impegnamo in qualche modo: non è che in questo caso si debba imparare a guardare un quadro, ma certamente abbiamo a che fare con un “incontro”, fra noi e l’opera d’arte, che ci impegna in una relazione non facile. Tutti siamo capaci di guardare un’immagine, come tutti siamo capaci di guardare un quadro (Saper vedere, titolava il bel libro del critico Matteo Marangoni). Come in musica occorre saper percepire la melodia che si agita al di sotto della distorsione, così Vanetti ci invita a trovare la bellezza celata dietro un’immagine dai contorni sfumati. Una bellezza fuzzy, appunto.

E la tecnica adottata rafforza quest’idea di distorsione: passaggi su passaggi, anche l’attraversamento dei mezzi espressivi (foto/video/e ancora foto) durante la fase di lavorazione dell’immagine. Il risultato finale è dato da immagini scabre, mai veramente fissate nell’eterno come quando si dice che con la foto s’immortala un’immagine. “Immagini isolate, abbandonate, […] per permettere a chiunque di comprenderle senza possibilità di pensarle altrove, se non nella propria mente”, mi disse il Vanetti. Anche se l’autocoscienza prima è la stessa di che le foto le ha fatte. In una temperie storica come l’attuale, identificata da più parti nella “società dell’immagine”, è bello, quasi divertente, vedere immagini fantasmatiche che trovano ragion d’essere nella loro stessa negazione.

Fa uno strano effetto. Come fluttuare nell’acqua.

L’ULTIMA TRASPARENZA

Vittoria Broggini

Testo critico della mostra: “l’ultima trasparenza. Memoria della fabbrica trovata.” al MIDEC di Laveno Mombello, Varese.

Le immagini di Giacomo Vanetti hanno origine da un processo creativo che entra nel vivo della temporalità del soggetto e del suo divenire, utilizzando in successione diversi mezzi di registrazione della realtà, per cogliere di questa l’ultima trasparenza.

C’è una linea di continuità tra le serie fotografiche dell’artista dedicate al nudo in cui il soggetto è una figura appena percettibile e le opere che costituiscono il corpus di immagini ed oggetti di “Memorie della fabbrica trovata”; nelle prime l’istantanea polaroid trattiene dalla fugacità della sequenza alcuni frame di una videoregistrazione digitale. Il percorso di astrazione del reale è funzionale così alla volontà dell’artista di entrare in contatto solo con la traccia permanente delle cose, con quel vibratile afflato dell’esistere che persiste allo scorrere del tempo, al buio, alla visione.

La dematerializzazione della realtà fisica nelle opere di Vanetti è ricercata attraverso il progressivo allontanamento dall’evento nel momento preciso del suo accadere e mediante l’insistita registrazione attraverso la luce delle sue tracce più resistenti. E’ desiderio dell’artista entrare in contatto con la parte più segreta, imperitura e “trasparente” delle cose, quella parte che “appare attraverso” la luce appunto.

Nel caso delle opere di ” L’ultima trasparenza” il compito di restituire e far emergere la sostanza del ricordo è affidato alle pagine dei registri, ritrovati reperti e memoria di un tempo lontano su cui sono ancora visibili le annotazioni delle attività passate della fabbrica di ceramica.

Sulla carta ingiallita dal tempo e provata dall’umidità è impressa l’immagine fotografica dell’oggi, di ciò che di quella fabbrica e di quel lavoro è rimasto. Attraverso la stampa a contatto, procedimento in cui il controllo dell’esito è allentato, è data la possibilità all’imponderabile di rivelarsi, lasciando emergere una dimensione del ricordo stratificata, viva e pregnante.

L’ultima trasparenza è l’idea di un tempo sincronico in cui passato e presente si attualizzano e si manifestano insieme.

“La fabbrica trovata” è un’unica operazione artistica, un’azione insieme concettuale, semantica e fotografica che sviluppa una riflessione sociologica legata al territorio da cui nasce e dà luogo ad una serie di opere dalla forte autonomia estetica.

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